sabato 24 gennaio 2009
mercoledì 7 gennaio 2009
Acca Larentia
Nella sezione del MSI di via Acca Larentia, nel popoloso quartiere Appio si svolge una riunione giovanile. La sezione è un polveroso stanzone, chiuso da una saracinesca metallica, al termine di una strada non accessibile dalle macchine. Sono le 18 si preparano i volantini per un concerto di musica alternativa, devono cantare "Gli Amici del Vento" un gruppo milanese che ha iniziato a fare "Musica Alternativa". Alle 18.20 i ragazzi escono dalla sezione, devono andare a raggiungere gli altri camerati che stanno volantinando in piazza Risorgimento. In tre escono dalla sezione. All’uscita i ragazzi vengono accolti da un fuoco incrociato di armi automatiche, sparano ripetutamente, nel mucchio finché non rimangono sul selciato colpiti a morte FRANCO BIGONZETTI (20 anni) e FRANCESCO CIAVATTA (18 anni), VINCENZO SEGNERI riesce a rientrare in sezione e, seppur ferito ad un braccio, a chiudere la porta blindata. I soccorsi tardano, Francesco rantola in un lago di sangue, morirà durante il tragitto in ospedale. La notizia si sparge, dilaga fra i camerati che convergono da tutta Roma verso la sezione di Acca Larentia. La tensione è alle stelle, l'indifferenza e l'arroganza di giornalisti superano ogni limite. Un giornalista della RAI butta con disprezzo ( o con distrazione ) la cicca di una sigaretta nella pozza di sangue di Francesco. La reazione dei camerati presenti è immediata. Le "forze dell'ordine" caricano e lanciano lacrimogeni. STEFANO RECCHIONI militante del F.d.G. sezione di Colle Oppio viene colpito da un proiettile sparato da un capitano dei Carabinieri. Morirà il 9 gennaio all'Ospedale S. Giovanni. In poche ore la furia omicida ha colpito per ben tre volte e solo il caso ha "limitato" a tre il numero delle vittime.
lunedì 29 dicembre 2008
A "carega"

Il figlio del leader dell'Idv Antonio Di Pietro, Cristiano Di Pietro, chiamato in causa nell'ambito dell'inchiesta 'Global Service', lascerà l'Italia dei Valori.
"Lascio l'Italia dei Valori - prosegue la lettera - e conseguentemente ogni incarico di partito ed anche il mio ruolo di capogruppo al Consiglio provinciale di Campobasso, ove mi iscriverò al gruppo misto. Lo faccio con sofferenza e dispiacere (soprattutto per la disumana ingiustizia che sto patendo) ma non voglio creare imbarazzo alcuno al partito". "Attenderò serenamente - aggiunge - che la procura di Napoli completi le indagini preliminari in corso (che peraltro nemmeno riguardano la mia persona) in esito alle quali ogni singola posizione personale potrà essere chiara a tutti. Poi, quando tutto sarà chiarito, ne riparleremo".
Lascia il partito,ma tiene ben stretta la poltrona!
giovedì 27 novembre 2008
Memento
“Siamo nel 1987 al Tribunale di Milano, dopo ben 12 anni si svolge il processo agli assassini di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù milanese ammazzato da militanti di Avanguardia operaia a colpi di chiave inglese ‘hazet 36’, proprio quella lunga ‘appena’ quaranta centimetri.
Gaetano Pecorella è l’avvocato difensore di Saverio Ferrari, imputato - e condannato a 5 anni e 6 mesi - per un’aggressione collegata all’omicidio Ramelli, che aveva visto come co-protagonisti alcuni assassini di Sergio, ed aveva causato il grave ferimento di tre ragazzi: Fabio Ghilardi (due operazioni, coma, polmone d’acciaio, epilessia permanente), il 16enne Giovanni Maida (quattro fratture alla mandibola ed una alla spalla) e Bruno Carpi (doppio sfondamento della calotta cranica).
Durante l’arringa, il penalista - forte del suo passato politico ed ancora lontano dai banchi parlamentari azzurri - si lasciò andare appassionatamente, come raccontato dalla cronaca giudiziaria di una fonte insospettabile come “l’Unità”: ««Quando i diritti fondamentali di una comunità non vengono realizzati, come la messa al bando del MSI, la comunità ha il diritto di riappropriarsi di quei diritti… Togliere agibilità politica e spazi di aggregazione ai fascisti non è un reato, ma la legittima applicazione di un principio costituzionale»» (2).
Frase che un decennio dopo, Pecorella - folgorato sulla via di Arcore con la sua prima candidatura al Parlamento - ha negato, forse anche perché nel collegio uninominale erano necessari anche i voti degli elettori di Alleanza nazionale: «Una frase che sicuramente non ho mai detto. Primo perché non mi riconosco in quei concetti e in quei termini, secondo perché da avvocato, avrei reso un pessimo servizio al mio assistito» (3).
Eppure, Ignazio La Russa - in quel processo avvocato della famiglia Ramelli - appena due anni fa confermava: «Lui fu uno dei pochi che nell’arringa finale ribadì che uccidere un fascista era meno grave.”
Fonte http://lecosedadire.ilcannocchiale.it/?TAG=sergio%20ramelli
venerdì 7 novembre 2008
oltre il muro
Non cadeva solo un muro,veniva giù sgretolandosi tutta l'ideologia comunista.
Il nostro ricordo va alla popolazione di Berlino Est che ha dovuto subire la dittatura comunista per tre interminabili decenni.
Bastò una notte per trovarsi trincerati all'interno del proprio quartiere.
Senza alcuna via di fuga.
Senza alcuna possibilità di fuggire dal giogo della falce e martello.
Centocinquanta chilometri di muro separavano il mondo occidentale e democratico dal mondo assoggettato alla dittatura comunista.
Da Berlino Est non si poteva più fuggire.
In migliaia tentarono di passare quel confine cercando i modi più originali per eludere i controlli. Tutti i tentativi avevano in comune quell'insopprimibile desiderio di libertà e di democrazia che veniva garantita appena pochi metri oltre quel muro.
In molti riuscirono a scappare. Moltissimi,invece,trovarono la morte.
La vita nella Berlino Est rappresentò l'ultima propagazione dell'autoritarismo comunista:uno spietato stato di polizia, repressione dei pensieri non conformi,sistematica negazione dei diritti umani.
Senza alcuna via di fuga.
Sono passati 19 anni.
Per il Calendario della Storia,è come se fosse l'altro ieri.
Non dimentichiamolo.
sabato 1 novembre 2008
mercoledì 17 settembre 2008
Fini e il suo personale Antifascismo.
E’ sempre molto interessante ascoltare il Presidentissimo Gianfranco Fini parlare della storia italiana,in particolare della storia della destra italiana.
E’ innegabile che i giudizi sulla storia si riflettano anche sulla linea politica di un partito,a maggior ragione se questo partito è Alleanza Nazionale ovvero l’erede legittimo di quel Movimento sociale Italiano nato dalla ceneri del defunto Partito Fascista.
Fini,intervenuto ad un dibattito dei giovani del PdL(l’ex festa di Atreju ndr),afferma quanto segue “"i valori in cui la destra si deve riconoscere sono:libertà,uguaglianza e solidarietà che sono i valori sui quali si basa la nostra costituzione e che rappresentano la democrazia...
essere democratici e riconoscersi in questi valori significa essere antifascisti e nella tesi di Fiuggi tutto questo era già stato scritto".
Il pasticco storico-politico è combinato.
Fini dimentica che l’autore di questi insegnamenti fù nient’altro che il suo padre politico:Giorgio Almirante.
Egli infatti riuscì a dare la risposta al quesito:si può essere fascisti in democrazia?
E la risposta di Almirante è che si può restare fascisti anche in democrazia.
Essere fascisti in democrazia non è un ossimoro.
Non è una contraddizione in termini.
Significa riconoscere in primo luogo la Costituzione e il suo contenuto. Significa rispettare non solo il dettato formale del testo costituzionale,ma anche il contenuto materiale.
Tutto ciò comporta che una volta conquistate determinate libertà e costruito uno Stato democratico-repubblicano, non è più possibile tornate indietro.
Non si può più tornare al Fascismo del Ventennio. E’ necessaria una rivoluzione culturale senza abbandonare i principi guida.
I neo-fascisti in democrazia devono “cavalcare la tigre”. Entrare con difficoltà all’interno dell’arco costituzionale riconoscendone legittimità e applicazione.
I fascisti in democrazia hanno dovuto accettare il campo costituzionale e democratico come terreno per le proprie iniziative politiche.
Il fatto che per oltre 60 anni l’MSI,prima, e AN,poi,abbiano agito all’interno di questo quadro significa che i neo-fascisti (e i post-fascisti) hanno riconosciuto l’inderogabilità di tutte le libertà,di tutti i principi,e di tutti i diritti sanciti nella nostra Costituzione.
L’errore di Fini è,invece,quello di ritenere valida l’equazione democratico = antifascista. Non c’è equazione più fallace.
Riconoscere i principi costituzionali,in primis il principio democratico, non deve per forza di cose significare essere antifascisti.
L’antifascismo è un movimento troppo ampio,è un calderone dentro il quale ci finiscono troppi ingredienti e troppe ideologie,la maggior parte delle quali di stampo totalitario.
Antifascisti erano anche quei partigiani che sognavano una dittatura del proletariato italiano al soldo dell’Unione Sovietica.
Antifascisti erano gli italiani che osannavano le gesta di Tito mentre migliaia di italiani venivano epurati dalle loro terre.
Antifascisti erano i compagni del PCI (in primis il nostro Presidente della Repubblica) che appoggiarono o non condannarono i carri armati sovietici mentre falciavano i ragazzi nelle piazza di Praga e di Budapest.
Antifascisti erano quei compagni che bruciavano le nostre sedi,che sprangavano i nostri militanti,quei compagni che hanno ucciso decine e decine di giovani militanti di destra.
Riconoscermi in questo antifascismo mi riesce difficile.
Anzi,impossibile
William
Comunicato stampa a firma di Giorgia Meloni:
Carissimi,
credo che a nessuno di voi sia sfuggito il tentativo di strumentalizzazione messo in atto sulla antica diatriba fascismo-antifascismo ai danni di Azione giovani, anche per qualche nostra ingenuità.
Ero convinta che il comportamento di migliaia di ragazzi nell’incontro con il presidente Fini ad Atreju avesse rivelato alla politica e al mondo dell’informazione qualcosa di più del nostro modo di essere e di pensare. Così non è stato. Così non si è voluto che fosse.
Ritengo dunque opportuno intervenire, anche per non essere ingiustamente attaccati in nome di cose né dette né pensate.
Non cadete nel tranello. Siamo stati e restiamo gente che crede nella libertà, nella democrazia, nell’uguaglianza e nella giustizia.
Siamo quelli che ogni giorno consumano i migliori anni della propria gioventù per difendere questi valori, al punto che se oggi qualcuno si mettesse in testa di reprimerli – come avviene in Cina, a Cuba o in altre parti del mondo – noi li difenderemmo con la vita. Sono i valori sui quali si fonda la nostra Costituzione e che sono propri anche di chi ha combattuto il fascismo.
Certo, c'è stato anche un antifascismo "militante" in nome del quale sono stati uccisi presunti fascisti e anche antifascisti, sono stati infoibati vecchi, donne e bambini, sono stati eliminati ragazzi di sedici anni che avevano come unica colpa quella di far parte della nostra organizzazione. Certo, ancora oggi, in nome dell’antifascismo "militante" ad alcuni di noi viene impedito di andare a scuola, all’università, al cinema.
Si tratta della mia obiezione ed è la stessa di Gianfranco Fini che, ad Atreju, ha operato questa distinzione, parlando di un antifascismo democratico e uno non democratico, ovvero di una parte di questo fenomeno nei cui valori ci riconosciamo e di un'altra parte le cui gesta sono distanti anni luce dai principi nei quali crediamo (e nei quali dovrebbe credere anche l'altro antifascismo). Noi rifiutiamo ogni forma di violenza, oppressione e intolleranza.
Gianfranco Fini ha operato questa distinzione senza soffermarcisi perché voleva che il suo giudizio sul fascismo fosse chiaro, netto, definitivo. Sapeva che molti di noi sarebbero stati feriti da questo atteggiamento, ma non ha voluto blandirci come fossimo ragazzini inconsapevoli. Sapeva di avere davanti gente piena di dignità, giovane e matura nello stesso tempo. Ed è quello che siamo.
E allora guai a offrire pretesti a una sinistra terrorizzata dall'impossibilità di utilizzare ancora contro di noi quella carta jolly rappresentata dall'accusa di fascismo. Guai a farci mettere ancora sotto accusa da chi, per storia, ha decisamente poche lezioni da offrire. Così da poter essere finalmente noi a chiedere conto del perché, ancora oggi, non una parola di solidarietà venga spesa dai sedicenti democratici quando i ragazzi di Ag vengono aggrediti o le loro sedi date alle fiamme.
E adesso, per favore, basta.
Basta con questa storia del fascismo e dell’antifascismo. Mi rivolgo a tutti, dentro e fuori da Azione Giovani, dentro e fuori da An, dal Pdl, da Montecitorio, dalla politica italiana intera. Pietà! Siamo nati a ridosso degli anni ’80 e ’90, siamo tutti protesi anima, cuore e testa nel nuovo millennio. Dobbiamo respingere insieme questo tentativo di rinchiudere quella meravigliosa gioventù che svolgeva poche ore fa la più grande manifestazione giovanile d’Italia in uno spazio angusto di quasi cento anni or sono. Ragazzi, stiamo vincendo e questo non va giù a una sinistra sempre più priva di risposte concrete e suggestioni efficaci. Che ha completamente perso il contatto con la nostra generazione e ora cerca di costringerci all’interno di una galera civile per evitare che il nostro amore possa continuare a contagiare altri giovani italiani.
Non ne posso più di parlare di fascismo e antifascismo, e non intendo farlo ancora. Voglio fare altro, occuparmi di questo presente e di questo futuro. Come ognuno di voi, voglio fare politica nell’Italia di oggi, per dare una speranza all’Italia di domani.
Tutto il resto è noia.
Giorgia Meloni
